di Grazia Garlando

Il mare, le terme e i piccoli borghi: ogni volta che mi prende il bisogno di staccare dal frastuono della città per andare in cerca di rigenerazione fisica e mentale, la mia scelta ricade inevitabilmente su una di queste tre soluzioni. Hanno il potere magico di rimettermi a nuovo nel giro di pochi giorni, e di regalarmi un senso di benessere impagabile. Ma ho appena scoperto un posto dove non ho avuto bisogno di scegliere perché le ho trovate tutte e tre, a una manciata di chilometri l’una dall’altra.

E’ la zona della Riviera dei Cedri, nella Calabria tirrenica settentrionale in provincia di Cosenza, con i suoi borghi antichi dal passato ancora vivissimo affacciati su un nastro di spiagge sabbiose e acqua cristallina. E dove il profumo del mare si mescola a quello acre dello zolfo di cui sono ricche le acque sulfuree e salsobromojodiche delle vicinissime Terme Luigiane, tra Acquappesa e Guardia Piemontese, già conosciute in antichità perché elogiate da Plinio il Vecchio per le loro proprietà terapeutiche. Sgorgano a 47° C da uno sperone roccioso che porta il nome un po’ inquietante di “dito del Diavolo”, e vengono utilizzate allo stato puro, oltre che in forma di fanghi e alghe, sia per scopi curativi (problemi alle vie aeree e respiratorie, muscolari, dermatologici, ginecologici, reumatologici), sia per quelli più puramente beauty and wellness nell’annesso Parco Termale Acquaviva, con piscine di acqua termale e centro benessere. E poiché alloggio proprio all’adiacente Grand Hotel delle Terme, in posizione comodissima per spostarsi verso la costa o l’entroterra e che offre anche una deliziosa cucina a base di specialità tipiche calabresi e pesce freschissimo, è lì che mi precipito subito, a ricoprirmi interamente di fango salutare che purifica e disintossica la pelle: ci sono degli appositi distributori che mi consentono di farlo autonomamente, per poi lasciarlo asciugare al sole e infine lavarlo via con acqua dolce. E già che ci sono mi concedo anche una “turbo doccia”, che tonifica e migliora la circolazione. Mi sembra il modo migliore per prepararmi a visitare le tante località gioiello dei dintorni: mi incuriosiscono soprattutto quelle dove ancora vivono diverse minoranze etniche.

Infatti a soli dieci minuti mi imbatto in Guardia Piemontese, un minuscolo borgo di trecento abitanti dove, tra i vicoli stretti e le case addossate l’una all’altra, si respira ancora forte la storia dei profughi piemontesi di religione valdese, rifugiatisi qui fin dal XIII secolo per fuggire dall’intolleranza cattolica e terminata definitivamente nel 1561 con un tragico eccidio ricordato dalla cosiddetta “Porta del sangue” all’ingresso del paese. Qui gli abitanti sono ancora un piccolo ma unitissimo gruppo, che parla l’antica lingua occitana e la insegna nelle scuole, e ogni donna possiede ancora l’abito tradizionale, grazie anche a un laboratorio di tessitura che prosegue la tradizione dell’antico popolo, situato all’interno del centro culturale insieme a una foresteria per valdesi che approdano qui in ritiro da altre parti del mondo. E mentre dalla sommità della Torre vedo emergere dal mare il gigantesco Scoglio della Regina, faraglione situato tra le belle spiagge di Acquappesa (dove, tra l’altro, mi gusto un tripudio di pesce freschissimo al ristorante Lido Blu con i piedi nella sabbia) e di Guardia Marina a cui un’antica leggenda legata alla regina Isabella di Francia attribuisce il potere di rendere fertili le donne sterili, riprendo il cammino verso San Demetrio Corone, nel vicino Parco Nazionale della Sila, uno tra i borghi più rappresentativi della comunità etnico-linguistica albanese rifugiatasi qui a fine Quattrocento dopo essere stata cacciata dal dominio turco-musulmano nei Balcani. Qui la cultura arbëreshë è ancora più viva e radicata che mai: si parla l’antica lingua, si indossano i costumi tradizionali, si fa festa con canti, danze e suoni tipici, e le chiese ridondanti di icone celebrano il rito religioso greco-bizantino: imperdibili i mosaici della Chiesa di San Adriano, che rappresentano la lotta tra il bene e il male. E’ sorprendente il contrasto con la vicina Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore, il centro più popolato della Sila, costruita in pietra dall’abate Gioacchino da Fiore intorno al concetto della Trinità Divina, incredibilmente spoglia e austera per concentrarsi unicamente sull’immensità divina.

Torno verso il mare per visitare Paola, una delle città principali della Riviera dei Cedri che, dalla casa natale (ora chiesetta votiva) al celebre santuario, è interamente permeata dalla presenza di San Francesco, il santo patrono della Calabria e degli uomini di mare. Il santuario è immerso nel verde, in un fascinoso percorso che si snoda tra i luoghi dei suoi tanti miracoli, come grotte, fonti e fornaci: in una cappella custodisce il mantello sul quale, si dice, attraversò miracolosamente lo stretto di Messina, oltre ad altre reliquie come i calzari e perfino un dente. Un luogo che emana una suggestione davvero profonda…

E’ l’ora del tramonto quando raggiungo Diamante, una delle più frequentate località balneari, e mi bastano due passi tra i vicoli del centro storico per capire perché la chiamano la “città dei murales”: vere e proprie opere d’arte dai mille significati, legati soprattutto alla conservazione del passato cittadino, dipingono i muri delle case e delle tante botteghe artigianali ridondanti di prodotti tipici, dal peperoncino alla liquirizia, facendole assomigliare a enormi tele pittoriche, e che mi gusto anche utilizzati in tanti deliziosi piatti della cucina tradizionale al panoramico ristorante Sabbia d’Oro proteso sul mare. Sul lungomare affacciato sulla minuscola isola di Cirella, di cui si intravede sulla sommità il profilo dei ruderi della torre militare, il cielo si accende di tutte le tonalità del rosso. Anche questo sembra un murales. E invece è un autentico ed emozionante quadro naturale.

 

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