di Grazia Garlando

“No stress”. Me lo sento dire non appena metto piede fuori dall’aeroporto di Sal, la più nota e battuta delle dieci isole vulcaniche che compongono il fascinoso arcipelago di Capo Verde, situato nell’oceano Atlantico a circa metà strada tra il Senegal e il Brasile. Ma se è vero che noi milanesi abbiamo l’aria di essere sempre un po’ in ansia, non mi pareva di averlo già dato a vedere…Scopro subito, però, che quelle due paroline sono in realtà una sorta di mantra locale, che ripetono tutti continuamente. Campeggia perfino sulle vetrine dei negozi, sulle t-shirt e sui braccialetti che tutti indossano. In modo che sia ben chiaro che qui la calma e la tranquillità sono un vero e proprio stile di vita.

Del resto siamo su un’isola in cui il sole regna sovrano tutto l’anno, le spiagge bianchissime e chilometriche sembrano fatte di cipria, e il mare è di un verde smeraldo che ti entra negli occhi e non ti lascia più. E la gente è allegra, cortese e rispettosa, povera di risorse ma ricchissima di spirito. Tant’è che ogni cittadina, a cominciare dal capoluogo Espargos, è fatta di piccole case coloratissime, perché ogni anno il comune regala a tutti vernici multicolor per ridipingere allegramente la propria abitazione. Anche se quelle case, pur abitate, sono spesso costruite solo a metà, perché i lavori, per motivi economici, iniziano con i padri e finiscono con i figli, quando non addirittura con i nipoti. Eppure se allunghi una monetina a un bambino ti pregano di dargli piuttosto una caramella, perché deve capire che i soldi non arrivano con facilità. E se a scuola viene bocciato due anni di seguito non può più frequentare quella pubblica, perché lo stato paga solo per chi si impegna seriamente. E’ la prima cosa che mi colpisce: la mentalità di questo popolo così concreta e realista. Nonostante poi siano sempre pronti a fare festa: ballando il Funanà, la danza tipica capoverdiana dai ritmi africani, praticando surf, windsurf e kitesurf grazie al vento che soffia perenne, e sorseggiando un bicchierino delle loro bevande tipiche: il ponche, aperitivo dolce alcolico a base di frutta, e il grogue, digestivo superalcolico a ben 47° fatto con canna da zucchero fermentata. Magari da accompagnare anche al piatto nazionale, la Cachupa, una sostanziosa zuppa a base di mais, fagioli, patate, manioca e carne, di cui ogni isola cucina la sua variante.

SurfKite surf

Ma a incantarmi sono anche i tanti prodigi della natura che scopro esplorando l’isola con tutti i mezzi possibili, dal quad al catamarano, in modo da non perdermene nemmeno un pezzettino. Per esempio, avete mai sentito parlare dei famosi miraggi delle oasi nel deserto? Quella nel deserto di Terra Boa, nella parte settentrionale, è davvero incredibile: uno specchio d’acqua azzurro intenso che si vede ma non c’è…E poi c’è l’ “occhio blu” di Buracona, una grotta marina dove il sole, filtrando in un punto e orario preciso, disegna un suggestivo cerchio azzurro intenso. Ma è alla Shark Bay che la mia emozione sale letteralmente alle stelle, dove squali limone lunghi due metri e più nuotano sorprendentemente a un passo da me nell’acqua bassissima ricca di pesci e crostacei di cui si nutrono: basta tenere una piccola distanza di sicurezza per evitare qualunque pericolo, ma quelle pinne così vicine sono davvero inquietanti…Per rilassarmi punto sulle spettacolari saline di Pedra de Lume, incastonate in un enorme cratere vulcanico sullo sfondo del Monte Grande, il più alto di tutta l’isola con i suoi 407 metri, e ancora in attività. Dove mi sottopongo al tradizionale trattamento wellness locale per la cura della pelle: uno scrub al sale, poi un bagno nell’acqua salatissima che produce l’effetto automatico del galleggiamento, e infine un fango total body. Del resto il commercio del sale è stato fino agli anni Sessanta la maggiore attività dell’isola, tanto da darle il nome. Oggi vive di pesca e di agricoltura, ma soprattutto di turismo, di cui gli abitanti sono assolutamente rispettosi.

Santa MariaL'oceano

E infatti è piacevolissimo scambiare quattro chiacchiere con loro nei pochi, piccoli e variopinti centri abitati, come il capoluogo Espargos, che sorge proprio ai margini del deserto, il pittoresco villaggio di pescatori di Palmeira, e quello vivacissimo di Santa Maria, nel punto più meridionale di Sal, con il caratteristico pontile dove ogni mattina i pescatori vendono ciò che hanno appena pescato, l’affollata via principale brulicante di negozi e ristoranti tipici, i chioschetti sulla spiaggia dove godersi aperitivi e tramonti spettacolari. Tutt’intorno, una serie di spiagge imperdibili, raggiungibili solo in quad attraverso il deserto roccioso che le separa: la festaiola Igrejinha dove i capoverdiani trascorrono i weekend campeggiando, la romantica e appartata Calheta Funda, la colorata Kite Beach adatta per il praticatissimo sport che le dà il nome, e soprattutto la scenografica Punta Preta con la sua gigantesca duna sabbiosa, dove a febbraio si svolgono i campionati mondiali di surf e windsurf grazie a onde alte fino a 6-7 metri. Più a nord, sul maestoso sfondo del Monte Leone, così chiamato perché ricorda la sagoma dell’animale addormentato, c’è anche la baia di Murdeira, una riserva naturale costeggiata da piante di cotone dove da maggio a dicembre vengono a riprodursi delfini, balene e tartarughe.

Lo ammetto: questo posto mi ha stregato. Mi hanno stregato l’energia e la solarità che ho respirato in ogni momento e in ogni luogo. Il senso d’immensità che pervade tutto. E quell’oceano verde smeraldo che ancora non mi esce dagli occhi.

Murales a Palmeira

Capo Verde è dal 1990 una repubblica democratica indipendente, composta da dieci isole, di cui nove abitate.
Oltre la metà dei suoi 500.000 abitanti vive a Santiago, dove sorge la capitale Praia.
La lingua ufficiale è il portoghese, ma ogni isola ha un suo differente dialetto creolo.

 

Dove dormire: al Crioula Resort di Santa Maria, a Sal, un resort davvero per tutti che sorge direttamente sulla spiaggia, e da dove in pochi minuti a piedi si raggiunge Santa Maria, con i suoi tanti locali festaioli come l’Ocean Cafè e il Calema in atmosfera e musica tipica capoverdiana (nella foto, la tradizionale Cachupa).