di Grazia Garlando

La Valtellina mi fa sempre sentire bene: arroccata intorno alla provincia di Sondrio, a un passo dal confine con la Svizzera, è uno di quei posti che offre tanto ma a ritmi piacevolmente slow, dove la primavera e l’autunno sono dolcissimi e sembrano sempre darmi il benvenuto con l’abbraccio avvolgente e delicato delle loro montagne, puntellate di borghi pittoreschi ricchi di storia e tradizione, e di sentieri che invitano a passeggiare nella natura respirando un’aria così frizzante da riuscire quasi a sentirne il sapore. Per non parlare dei profumi delle sue famose tipicità gastronomiche, imprescindibile plus del territorio, che invitano a sedersi a tavola non appena ci si mette piede: pizzoccheri IGP, bresaola IGP, formaggi DOP Bitto e Casera, mele IGP e naturalmente gli ottimi vini DOP e IGP, tutti riuniti in Taste the Alps, progetto del Distretto Agroalimentare di Qualità della Valtellina “Valtellina che Gusto!” volto a valorizzare i prodotti montani, DOP e IGP del territorio. Oltre agli irresistibili sciatt di cui non ne avrei mai abbastanza.

Gli sciattLa bresaola valtellinese

Questa volta la mia prima meta è Chiavenna, piccola perla a soli 8 km dal confine svizzero caratterizzata dai crotti, tipiche grotte naturali locali situate prevalentemente nel quartiere di Pratogiano (ma nell’intera valle ce ne sono quasi un migliaio) rinfrescate dal vento Sorèl che emana dal sottosuolo, e quindi ambienti perfetti per conservare salumi e formaggi, motivo per cui quasi tutti hanno annesso la cosiddetta “sala”, il luogo di aggregazione per eccellenza dove ci si riunisce in compagnia degustandoli in abbondanza, mentre in autunno, in occasione dell’affollatissima Sagra dei Crotti, si aprono allo stesso scopo anche ai turisti.

Il BittoIl Casera

Qui il concetto del vivere lento è pura realtà: lo percepisco percorrendo la centralissima via Dolzino, cuore rinascimentale cittadino che tra piazzette e palazzi nobiliari – come Palazzo Pestalozzi appartenuto alla famiglia del celebre pedagogista svizzero dove ogni anno si ritrovano i Pestalozzi di tutto il mondo – mi conduce fino al caratteristico ponte sul fiume Mera dominato dalla statua di San Giovanni Nepomuceno, posta lì a protezione dal pericolo delle alluvioni, e dal quale si gode la bella vista delle case costruite sulle antiche mura nella roccia a picco sul fiume. Per un’altra splendida vista salgo invece fino ai ruderi dell’antico castello e della torre di avvistamento, situati su due colline separate dalla “Caurga”, l’antica cava romana di pietra ollare, tipica della zona dove viene utilizzata anche in cucina per cuocervi pietanze varie: l’intera area, chiamata Parco Paradiso, sfoggia anche un giardino botanico (dove vivono sorprendentemente cactus autoctoni grazie alla favorevole esposizione solare che genera un insolito microclima rispetto a quello delle vicine montagne innevate), archeologico e glaceologico con le cosiddette “Marmitte dei giganti”, rocce simili a monumentali pentoloni, e un piccolo museo su flora e fauna locali. Oltrepasso i nobili Palazzo Balbiani, detto il castello di Chiavenna perché ne ha la forma, e Palazzo Salis, con il suo giardino ricco di piante secolari, e raggiungo la Collegiata di San Lorenzo, la chiesa più antica di Chiavenna con l’antichissimo fonte battesimale e il porticato ottocentesco entrambi in pietra ollare, la torre campanaria, e soprattutto il museo del Tesoro, che custodisce una preziosa copertina di evangelario in oro cesellato e pietre preziose incastonate, che si dice sia stata regalata alla città da Federico Barbarossa.

La Collegiata di San LorenzoIl palazzo Balbiani

E mi spingo fino all’ottocentesco Mulino di Bottonera, ex sede dello storico pastificio Moro ora trasformato in museo e situato nel quartiere artigiano, come documenta la pavimentazione dell’intera zona detta appunto “bottonera” perché fatta di “botton”, gli scarti di pietra ollare dopo la lavorazione sul tornio.

A 2 km, in località Prosto di Piuro, è d’obbligo una visita al cinquecentesco Palazzo Vertemate Franchi, capolavoro rinascimentale tra i più importanti edifici storici valtellinesi abitato fino a una trentina di anni fa, miracolosamente salvatosi dalla drammatica frana del 1618 che spazzò via il paese. Ex residenza di caccia dotata di frutteto, orto, vigneto, castagneto, giardino all’italiana con peschiera e rustici per le attività agricole, sfoggia una facciata sobria in contrasto con gli interni coloratissimi ricchi di affreschi, stucchi, maioliche e legni intarsiati che ricoprono interamente pareti e soffitti, con sorprendenti illusioni ottiche, come lo sguardo inquietante del ritratto di Aloisio Vertemate che sembra seguire ovunque si vada: pare che, assassinato per gelosia, il suo fantasma si aggiri tutt’ora tra le sale del palazzo…

Il Palazzo Vertemate FranchiIl Palazzo Vertemate Franchi

Da qui passa anche la pista ciclabile della Valchiavenna, che partendo dalla Val Bregaglia, al confine tra Italia e Svizzera, raggiunge anche le cascate di Acquafraggia; chi invece preferisce il trekking può cimentarsi sui sentieri e le mulattiere di Via Spluga, percorso escursionistico tra laghi, pareti rocciose, borghi e acque termali che collega Thusis, nei Grigioni svizzeri, a Chiavenna, per un totale di 65 km e 6 giorni di cammino. Suggestivo anche il Sentiero Valtellina, altra pista ciclabile immersa nel verde lungo il corso dell’Adda, che partendo da Colico incontra subito Morbegno, la seconda maggiore località dopo Sondrio, a 8 km dal confine svizzero e una cinquantina dalla lussuosa St.Moritz: lì il torrente Bitto (che scende dalla Valgerola dove si produce l’omonimo formaggio) scorre nel centro storico tra i tipici terrazzini rotondi settecenteschi in ferro battuto (testimonianza della fiorente attività che la caratterizzò a lungo insieme all’artigianato orafo) e gli affreschi sacri sui muri esterni delle case simbolo di devozione e protezione dei loro abitanti, dove hanno luogo celebri e affollatissimi eventi autunnali open air come la Mostra del Bitto e Morbegno in Cantina, trionfo delle eccellenze enogastronomiche locali. Salgo sulla parte più alta della città al settecentesco Palazzo Malacrida, in contrada Scimicà, abitato fino agli anni Ottanta da un notaio locale e ora casa-museo (aperto solo su richiesta e utilizzato dal comune per eventi e manifestazioni), con la sua scenografica Sala dei Balli in stile rococò decorata con stucchi e affreschi, i balconcini per gli orchestrali e il giardino all’italiana sopraelevato con una serie di terrazzamenti al quale si accede da un pittoresco ponticello. Poi ridiscendo fino alla Collegiata di S. Giovanni Battista – la chiesa parrocchiale edificata in uno scenografico barocco sulla cui facciata manca però la consueta effigie del santo in favore di quelle dei santi Pietro e Paolo, protettori della città, posti ai lati dell’ingresso – e alla chiesa di Sant’Antonio sull’omonima piazza, ora sconsacrata e trasformata in auditorium, caratterizzata dal mantenimento in perfetto stato degli affreschi d’epoca nonostante non siano mai stati restaurati: colpisce soprattutto l’azzurro intenso del manto della Vergine interamente realizzato in lapislazzulo nella lunetta del portale centrale. Vorrei spingermi fino al solenne Santuario dell’Assunta, posto un po’ fuori dal centro, ma ormai è tardi. Mi aspetta la cena a base di tutti gli straordinari prodotti del territorio. E non me la perderei per niente al mondo.

I pizzoccheri tradizionaliI pizzoccheri bianchi della Valchiavenna

E infatti l’esperienza è completa alloggiando al raffinato agriturismo La Fiorida a Mantello, con azienda agricola, allevamento, spa e ristorante stellato in cui deliziarsi con tutti i prodotti di produzione propria; assolutamente consigliato anche l’Hotel San Lorenzo di Chiavenna, in posizione centralissima per scoprire da cima a fondo il delizioso borgo e a pochi passi dal Crotto Ombra, con la sua cucina tipica valchiavennasca fatta di pizzoccheri bianchi o gnocchetti, brisaola – che qui si dice proprio con la “i” – leggermente affumicata e biscotti di Prosto, e dal Ristorante Crimea, che utilizza i prodotti tipici locali per piatti creativi come la tartare di bresaola con chips di bitto; ma meritano anche i riuscitissimi impasti di tradizione e creatività del Ristorante Crotasc di Mese, come i ravioli ripieni di patate e verze su fonduta di bitto, accompagnati dai pregiati vini locali della cantina annessa. Vale la pena portarsi un po’ di  quelle eccellenze territoriali anche a casa, andando sul sicuro con i pizzoccheri del Pastificio Moro di Chiavenna, la bresaola del Salumificio Panzeri di Prosto di Piuro, i formaggi della Latteria Sociale Valtellina di Delebio, dove tra l’altro, oltre a superlativi sciatt tradizionali, ne ho assaggiata anche una sublime variante al cioccolato che vi lascio immaginare…

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