di Grazia Garlando

E’ il profumo inebriante della tranquillità quello che avvolge i colori verdi e bruni e le tonalità bruciate delle suggestive crete senesi puntellate di casali e chiesette, ulivi e cipressi, casette basse di pietra che si perdono nel panorama infinito della Val di Chiana e della Val d’Orcia arrampicandosi fino sulle pendici ex vulcaniche del monte Amiata. Il benessere delle Terre di Siena è già insito nelle sue vedute spettacolari, basta riempirsene gli occhi respirando profondamente.
E poi ci sono le acque, che fanno il resto. Egregiamente. Quelle acque che sgorgano copiose in tutto il territorio, di cui etruschi e romani già a loro tempo avevano scoperto le proprietà benefiche. Fredde, tiepide, calde e bollenti, da bere, respirare o immergersi per curarsi, rilassarsi, riequilibrarsi, rigenerarsi. Un patrimonio termale che costituisce una vera ricchezza naturale della zona, tanto da averle procurato la definizione di “provincia più termale d’Italia”. E che si inserisce in deliziosi contesti ricchi di storia e cultura dal fascino inestimabile.
Come non restare ammaliati dal suggestivo e minuscolo borgo medievale di Bagno Vignoni, frazione del comune di San Quirico d’Orcia, che con i suoi venticinque abitanti si erge tutto attorno a una spettacolare e antichissima vasca d’acqua termale (foto apertura), ricca di calcio e ferro e benefica per la cura dei reumatismi, che sgorga dalla sorgente a ben 49°? Pare fosse frequentata addirittura da Santa Caterina da Siena, alla quale sono infatti dedicati il loggiato e la cappella adiacenti, mentre alcuni reperti archeologici indicano il suo utilizzo come stazione termale già in epoca romana. Tanto che nella vasca più piccola che la affianca, non solo si lavavano e abbeveravano, ma addirittura si curavano perfino i cavalli.
L’acqua termale veniva usata anche per macinare il grano e produrre la farina, come testimoniano i mulini collocati appena più sotto in modo che potesse scendere direttamente nelle loro vasche, tutt’ora visibili tra antichi ruderi su un panorama mozzafiato a perdita d’occhio dominato dalla maestosa e duecentesca Rocca di Tentennano. Adesso si può beneficiare delle sue salutari proprietà presso il centro benessere dell’albergo Le Terme, che offre pacchetti di charme, sapori e relax per weekend rigeneranti e gustosi in un luogo da sogno.
Ma se oggi è assolutamente vietato immergersi nella vasca di Santa Caterina, è invece del tutto consigliato coccolarsi nella calda piscina termale all’aperto delle Terme San Filippo a Bagni San Filippo, nei pressi di Castiglione d’Orcia, immersa in un parco solcato da rivoletti di acqua tiepida e cascate ad alta temperatura. Qui, dove Lorenzo il Magnifico teneva a bada la gotta e Ferdinando II i dolori di testa, le acque sulfuree sono indicate nella cura di patologie reumatiche, artritiche, cutanee, ginecologiche e nell’affezione delle vie respiratorie. E addirittura, l’annesso hotel di origine settecentesca espone bassorilievi realizzati con il deposito calcareo delle acque termali.
Poco più in là, all’interno del verdissimo Parco Termale dell’Acqua Santa, Chianciano Terme offre, oltre alle sue celeberrime acque terapeutiche, un suggestivo Salone Sensoriale basato sui criteri della naturopatia, che propone quattro percorsi specifici depurativo, rilassante, energizzante, riequilibrante per armonizzare il campo energetico, tra nebbie fredde e camminate nel fiume, stanze del silenzio interiore e piramidi energetiche, vasche e docce sensoriali. Inoltre, con la sua preziosa e benefica Acqua Santa -remineralizzante, purificante, ricca di oligoelementi, protettiva e antitossica nei confronti delle vie biliari e del fegato- è stata appena realizzata una nuova linea di prodotti per il benessere: tisane con estratti di erbe ottenuti con la metodologia a ultrasuoni e disciolti in Acqua Santa, dolcificate con la Stevia rebaudiana e dall’azione detossinante, snellente, tonificante o anticellulite; e prodotti per la cura del corpo e dei capelli che sfruttano le naturali azioni dell’acqua termale conferendo vitalità alla pelle e ripristinando, grazie al suo contenuto di zolfo e magnesio, l’equilibrio ottimale della cute e del cuoio capelluto.
Un po’ più a sud, un altro gioiellino medievale arroccato sul monte Amiata, Abbadia San Salvatore, conserva ancora intatta la struttura del suo antichissimo centro storico, con le viuzze strette che consentono di toccarsi da una finestra all’altra, le vecchie botteghe artigiane degli antichi mestieri come il fabbro e il cartaio, le case di pietra con i balconi in ferro battuto e le persiane verde smeraldo. Qui la vigilia di Natale si celebra ancora la suggestiva tradizione medievale delle Fiaccole, enormi cataste di legna che vengono bruciate nei vari rioni per tutto il giorno e tutta la notte, interamente trascorsi ad accudirle dagli abitanti per riscaldare, illuminare e perfino cucinare.
Un paese nato intorno all’imponente Abbazia San Salvatore, trecentesca tappa della via Francigena ma dalle fondamenta addirittura longobarde, che un’antica leggenda vuole fondata dal re longobardo Rachis in seguito a una visione, ma in realtà nata per mano del suo fiduciario Erfone.
Attualmente complesso monastico abitato dai cistercensi, è stato prima dei benedettini e poi dei camaldolesi, e sfoggia inestimabili ricchezze artistiche come il chiostro cinquecentesco e la cripta longobarda dell’VIII secolo con le sue 24 colonne romaniche l’una diversa dall’altra, più altre nove ricostruite.

Ma il paese custodisce anche un’altra suggestiva risorsa, che per quasi un secolo ne ha segnato l’intera storia lavorativa e culturale: un’ex miniera di cinabro, minerale rosso da cui si estrae il mercurio, i cui giacimenti furono scoperti dal rabdomante Enrico Serdini.
Impiantata nel 1897 per mano tedesca e dismessa nel 1976 quando il mercurio, costoso e soprattutto dichiarato materiale inquinante, non trovava più spazi sul mercato, la miniera cambiò la storia del piccolo comune, fino ad allora “vissuto di castagne e polenta e poi improvvisamente prodigo di lavoro per 1300 minatori e 700 persone legate all’indotto”, come ricorda Paolo, ottantenne ex minatore entrato appena adolescente in quell’angusto mondo sotterraneo in cui è rimasto trentasei anni, e che adesso guida i visitatori alla sua affascinante scoperta e alle aree del Museo Minerario che ne raccontano l’avventura. Nei suoi occhi azzurri e nelle sue parole c’è ancora un’emozione forte che sa addirittura di nostalgia per quel labirinto di gallerie buie e un po’ inquietanti di cui conosce ogni anfratto e nelle quali ha trascorso metà della sua vita tra polvere, fumo e calore, sempre a rischio di inondazioni, frane e malattie, dove il salario era definito settimanalmente in base alla produttività, e non si capiva più se il mondo irreale fosse quello o non piuttosto quello fuori alla luce del sole: “Il mio è stato un mestiere di fatica e sudore, di cui vado orgogliosissimo. Il buio nero e il silenzio assordante della miniera lasciano nella mente ricordi indelebili. Era come lavorare otto lunghissime ore in un forno, dove non esistevano mezzogiorno o mezzanotte. Ma dove si instauravano amicizie di ferro e una solidarietà fuori dal comune, che permetteva di capirsi al volo con colleghi e superiori…”

 

DOVE MANGIARE
La Taverna del Pian delle Mura
, nel caratteristico borgo di Vivo d’Orcia, propone una cucina tipica della Val d’Orcia e del Monte Amiata, con prodotti biologici e biosalutari, antiche ricette tradizionali e menù rigorosamente stagionale.
Tra i piatti proposti, fiondolone o pan di legno, bastardone d’antea, pane di farina di castagne e semi di finocchio, salumi di cinta senese, caffè in forchetta, picciola al Brunello. Per chiudere con il Rosolio Giulebbe, liquore leggero e profumato fatto con petali di rosa canina e fragoline di bosco.

 

Le strutture termali delle Terre di Siena propongono diversi pacchetti che abbinano il benessere delle acque a passeggiate a cavallo o in Vespa, partite a golf, degustazioni di vino e visite ai numerosi siti Unesco di zona.
Tutte le informazioni su www.termebenessere.terresiena.it